Mattia e la ricerca sui migranti

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Gino Strada ha usato un’immagine molto efficace per portarci dentro al problema delle migrazioni. Ci ha consigliato di appiccicare su una foto di un qualsiasi bambino su un barcone la faccia di nostro figlio. A me è tornato in mente subito Mattia, che non è mio figlio, ma un ragazzo che frequenta la scuola superiore. La sua insegnante ha chiesto a lui e compagni di classe di fare una ricerca su un fatto di cronaca, un barcone affondato nell’aprile 2015. Era il 18 aprile, a bordo di questo peschereccio c’erano 5 persone ogni metro quadrato, ne morirono 675. Le operazioni di recupero non furono solo difficoltose ma anche molto contestate. Mattia di fronte ai suoi compagni si presenta con una bacinella piena d’acqua e una barchetta di carta. Dice a tutti di scrivere su un bigliettino il nome della persona a cui vogliono più bene. Poi li fa alzare uno a uno dai loro banchi per mettere quel nome dentro la barchetta di carta. La barchetta oscilla un po’ sulla superficie e poi inizia a imbarcare acqua, lentamente si piega. I ragazzi si guardano tra di loro, alcuni controbattono che comunque non era il caso che il governo italiano spendesse soldi per recuperare i cadaveri in fondo al mare. Mattia litiga con qualcuno, ma tornato a casa continua a studiare, a leggere informarsi su queste e tutte le altre volte in cui sono successe queste tragedie. Scopre che ogni anno in Italia arrivano più di 150mila migranti. Dice che è come se dal 2014 ad oggi fossero sbarcati sulle nostre spiagge gli abitanti dell’intera città di Rimini, più quelli di Reggio Emilia e di Cagliari. Tutti insieme. Ma non gli basta, vuol fare qualcosa: apre un blog perché non ce la fa a tenersi tutto dentro, fa anche uno sciopero della fame per attirare l’attenzione. Non si era mai impegnato così tanto nemmeno per difendere se stesso.

Quando ieri ho sentito parlare Gino Strada mi è tornato in mente questo ragazzo.

Mattia è il protagonista di “Ammare. Vieni con me a Lampedusa”   un romanzo scritto da Alberto Pellai e Barbara Tamborini. Ho letto questa storia con mio figlio, poche pagine a sera perché volevo provasse a immedesimarsi di volta in volta nelle parole dei vari personaggi del racconto. Volevo vedere che effetto gli facesse leggere la storia di Mattia. La storia dei migranti. Qualche volta si è fatto spiegare meglio cosa voleva dire, perché lui ha otto anni, e di queste cose aveva solo sentito parlare nei telegiornali. Non avevamo mai affrontato l’argomento in casa. Mi ha chiesto se anche a noi potrebbe succedere di scappare via improvvisamente da tutto e da tutti. Mi ha chiesto cosa voleva dire quella parola, razzista. Ci ha pensato molto insomma. E il libro l’ha finito di leggere da solo, perché il mio ritmo non gli piaceva. Questo per dire che ci sono diversi modi per provare a capire quello che sta succedendo intorno a noi. Ma ce n’è solo uno veramente efficace: quello di provare a sostituirci a queste persone che stanno scappando e che cercano la salvezza a tutti i costi.

Non so se ci sono altri Gino Strada al mondo, ma spero che ci siano tanti altri Mattia, pronti a capire, nelle scuole italiane.

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